IL RIBELLE DELLO SPAZIO

Sono nato in un luogo e in un tempo non mio

18 dicembre 2009

Quando il cappio dei disavanzi pubblici strangolerà gli Stati e i sistemi sociali occidentali


Pubblico a seguire il bollettino n.40 GEAB LEAP, ossia Laboratorio Europeo di Analisi Politica (primo sito europeo di anticipazioni politico-economiche indipendente da qualsiasi governo o lobby).
Al diffuso stato di assoggettamento da qualcuno o qualcosa, l’equipe invece ha preferito l’arricchimento del suo punto di vista analitico mediante la collaborazione di numerose e variegate organizzazioni di ricerca private ed ONG, oltre che di pubbliche istituzioni a livello sia europeo sia nazionale, come i Ministeri degli affari esteri.
I risultati delle loro riflessioni, e le conseguenti deduzioni sulle prospettive future, vengono pubblicati sul sito – attualmente con una cadenza mensile – attraverso progressivi bollettini chiamati GEAB (Global Europe Anticipation Bulletin). Il gruppo è attivo dal 2006, ed il motivo di tanto interesse verso il loro lavoro risiede proprio in tali fonti in quanto hanno dato prova di essere previsioni socioeconomiche, non solo accuratamente dettagliate e professionali, ma anche pienamente accreditate in quanto convergenti con quello che poi è realmente accaduto nel così inevitabile, e poco ben gestito, contemporaneo scenario di crisi politica, economica e finanziaria.


Secondo LEAP/E2020, la crisi sistemica globale conoscerà un nuovo punto di flessione a partire dalla primavera del 2010. Infatti, in questo periodo, le finanze pubbliche dei principali paesi occidentali diventeranno ingovernabili perché sarà simultaneamente ovvio che nuove misure di sostegno all’economia si imporranno in base al fallimento dei vari stimoli del 2009 e che l'ampiezza dei disavanzi di bilancio proibirà una nuova spesa significativa. Se questo “cappio„ dei disavanzi pubblici che i governi si sono volontariamente messi attorno al collo nel 2009, rifiutando di fare assumere al sistema finanziario il prezzo dei suoi difetti, peserà molto sull'insieme delle spese pubbliche, esso influirà particolarmente sui sistemi sociali dei paesi ricchi impoverendo sempre più la classe media ed i pensionati, lasciando i più svantaggiati alla deriva. Parallelamente, il contesto di insolvibilità di un numero crescente di stati e di Comunità locali (regioni, province, stati federati) comporterà un doppio fenomeno paradossale di risalita dei tassi d'interesse e di fuga dalle valute in direzione dell’oro.
Dinanzi all' assenza di una alternativa organizzata ad un dollaro US sempre più debole e per trovare una alternativa alla perdita di valori dei buoni del tesoro (in particolare americani), le banche centrali del mondo intero dovranno in parte “riconvertirsi all’oro„, il vecchio nemico della riserva federale US, senza poter ancora dichiararlo ufficialmente. Essendo la scommessa della ripresa ormai persa dai governi e dalle banche centrali, questo punto di flessione della primavera 2010 rappresenterà l'inizio del trasferimento massiccio dei 20.000 miliardi USD di “attivi fantasma" verso i sistemi sociali dei paesi che li hanno accumulati. In questo GEAB N°40, il gruppo di LEAP/E2020 sviluppa le sue analisi su questi vari argomenti presentando una valutazione dettagliata delle sue anticipazioni per il 2009 che hanno ottenuto uno score generale del 72%. Infine, i nostri ricercatori espongono le loro raccomandazioni, di questo mese in particolare sul settore immobiliare commerciale, valute e redditi degli espatriati.

L' attualità si è rapidamente incaricata di rafforzare l’anticipazione del GEAB N°39 che segnalava come il 2010 sarebbe stato un anno segnato da tre tendenze tra cui l’insolvibilità di Stato: da Dubaï alla Grecia, passando per i discorsi sempre più ansiosi delle agenzie di rating sui debiti americani e britannici, o con il bilancio draconiano approvato dall'Irlanda e le raccomandazioni della zona euro per il controllo dei disavanzi pubblici, l'incapacità crescente degli stati di far fronte ai loro debiti ha occupato le prime pagine dei mass media. Tuttavia, nell'ambito di quest'agitazione mediatica, le informazioni non hanno lo stesso valore: alcune sono soltanto elucubrazioni “sul dito„ del proverbio cinese, altre trattano realmente della luna. Al capitolo delle elucubrazioni “sul dito„, questo comunicato pubblico del GEAB N°40 presenta il caso delle analisi sulla Grecia.

Veniamo alla Grecia. Qui, si ritrova una tematica simile a quella che il nostro gruppo aveva denunciato nella GEAB N°33, nel marzo 2009, nel momento in cui la stampa trasmetteva in maniera massiccia l'idea che l' Europa dell’est conduceva il sistema bancario europeo e l'Euro in una crisi maggiore.
Avevamo allora spiegato che questa “informazione„ non posava su nulla di credibile e che non era che “un tentativo deliberato da parte di Wall Street e della City (2) di far credere ad una frattura dell’UE e d'infondere l'idea di un rischio “mortale„ gravante sulla zona euro, facendo passare, senza discontinuità, informazioni false “sul rischio bancario venuto dall’Europa dell’est„ e tentando di stigmatizzare una zona euro “prudente„ di fronte alle misure “volontaristiche„ americane o britanniche.
Uno degli obiettivi è anche di tentare di deviare l'attenzione internazionale dall’aggravarsi dei problemi finanziari di New York e Londra, indebolendo la posizione europea alla vigilia del vertice del G20„. Il caso greco è abbastanza simile. Non che non ci siano crisi delle finanze pubbliche greche (è reale), ma le sue conseguenze supposte sulla zona euro sono sopravvalutate mentre questa crisi indica una tensione crescente attorno ai debiti sovrani, tallone d'Achille degli Stati Uniti e del Regno Unito.

Innanzitutto, occorre ricordare che la Grecia resta il paese per eccellenza che ha mal gestito la sua adesione all’ Ue. Dal 1982, i diversi governi non hanno fatto che utilizzare l'Ue come una fonte inesauribile di sovvenzioni, senza mai riuscire a modernizzare le strutture economiche e sociali del paese. Con quasi il 3% del PIL che proviene direttamente da Bruxelles nel 2008, la Grecia è in realtà un paese sotto aspersione europea da quasi trent'anni. Il deterioramento attuale delle finanze pubbliche del paese non è dunque che una tappa supplementare in una lunga evoluzione. I responsabili della zona euro sapevano da tempo che il problema greco sarebbe emerso un giorno. Ma il paese pesa il 2,5% del PIL della zona euro (e l'1,9% di quello dell’Ue), siamo lontani da un grave pericolo gravante sulla moneta unica europea e sulla zona euro. A titolo d' esempio, l’insolvibilità della California (12% del PNL US) è infinitamente più portatrice di destabilizzazione del dollaro e dell’economia americana.
D' altronde, poiché si trova spesso sotto le stesse penne un elenco esauriente di tutti i paesi della zona euro che fanno fronte ad una grave crisi delle loro finanze pubbliche (Spagna, Irlanda, Portogallo ai quali aggiungiamo la Francia e la Germania), occorre essere precisi ed indicare che negli Stati Uniti, oltre allo stato federale tecnicamente in fallimento se la FED non avesse stampato dollari in quantità illimitata per comperare direttamente ed indirettamente buoni del tesoro emessi in proporzioni identiche, ed oltre alla California (stato più ricco dell’Unione che pendola sul bordo del pozzo da mesi), si trovano ormai 48 stati su 50 in disavanzo di bilancio crescente. Come riassume il titolo di un editoriale del 14 dicembre di Stateline, il sito americano specializzato sugli stati e le Comunità locali US, “degli scenari d'incubo ossessionano gli stati„, è l’insieme degli stati degli Stati Uniti che ha timore di essere insolvibile nel 2010/2011.

E la zona euro, che ha le più importanti riserve d’oro del pianeta, raccoglie anche paesi che hanno accumulato eccedenze di bilancio fino all’anno scorso, un commercio estero sempre eccedentario ed una banca centrale che non ha trasformato il suo bilancio in un serbatoio di attivi “marci o fantasma„ (come fa la FED da 18 mesi). Dunque, se la crisi delle finanze pubbliche greche indica qualcosa, non si tratta tanto della situazione della Grecia in sé o di una problematica specifica per la zona euro, ma si tratta di un problema più generale che peggiorerà fortemente nel 2010: il fatto che le obbligazioni di stato formano ormai una bolla sul punto di esplodere (più di 49.500 miliardi USD a livello mondiale, cioè un aumento del 45% in 2 anni). La degradazione delle valutazioni effettuate dalle agenzie americane di rating nel battistrada della crisi di Dubaï segnalano che, come sempre, queste agenzie non sanno (o non possono) anticipare questo tipo di evoluzione. Ricordiamo che esse non avevano visto nulla nella crisi dei subprimes o nel crollo della Lehman Brothers ed AIG, né d'altronde in quello di Dubaï. Poiché sono dipendenti dal governo US, non possono naturalmente mettere direttamente in discussione il sistema finanziario attuale (Washington e Londra). Tuttavia, indicano la direzione da dove verrà la prossima grande scossa, dalle obbligazioni di Stato… ed in questo settore, i due stati più esposti sono gli Stati Uniti ed il Regno Unito. È, del resto, molto istruttivo constatare che il discorso di queste agenzie evolve sottilmente. In alcune settimane si è passati dalla sempre eterna spiegazione secondo la quale la qualità intrinseca delle economie e della gestione di questi due paesi eliminava ogni rischio di insolvenza da parte dei loro rispettivi governi, ad un richiamo che sarebbe necessario dal 2010 per dimostrare questa qualità e queste attitudini di gestione per conservare la famosa tripla A che permette di prendere prestiti a costo inferiore. Se anche le agenzie di rating iniziano a richiedere prove, vuol dire che le cose vanno realmente molto male. 


Per concludere sul caso greco, il nostro gruppo considera la situazione attuale tre volte positiva per la zona euro:

  • Essa costringe a considerare seriamente le misure di solidarietà da attuare in questo tipo di situazione. Gli osservatori così dovranno fare una scelta chiara: sia che trattino la Grecia come un paese isolato, sia che la trattino come una componente della zona euro. Ma non possono fare due cose allo stesso tempo, addizionando la debolezza di una Grecia isolata con un indebolimento della zona euro a causa della Grecia.
  • Obbliga infine le autorità greche a fare un'operazione “verità„ sullo stato delle finanze del loro paese permettendo all' Ue di spingere le riforme necessarie in particolare per ridurre fortemente la corruzione e il clientelismo endemici.
  • Essa dovrebbe servire da esempio ai governi europei (ed altri) che manipolano sempre più le statistiche economiche e sociali, dimostrando che queste manipolazioni non fanno che immergere di più i paesi nella crisi. Siamo ahinoi più dubbiosi su quest'idea che altri dirigenti possano seguire l'esempio del primo ministro greco; in ogni caso non prima di che avvengano dei cambiamenti di governo nel Regno Unito, negli Stati Uniti, in Francia o in Germania ad esempio.

17 dicembre 2009

Copenhagen: Chavez urla, salvate il mondo non le banche!


Alla Conferenza sul clima di Copenaghen sono giunti dal Sud America i presidenti di Venezuela e Bolivia, Hugo Chavez e l’indio Evo Morales. Interventi, i loro, concentrati esclusivamente su un duro attacco al modello capitalista, responsabile del disastro ambientale in atto. 

Chavez ha infatti affermato di fronte all’Assemblea plenaria che i negoziati sono una farsa imposta dai paesi ricchi: “In questo pianeta viviamo sotto una dittatura imperiale” e ci sono “un gruppo di paesi che si credono superiori a noi del Sud, del Terzo Mondo, agli Stati sottosviluppati”. 

Il capo di stato venezuelano, ha inoltre accusato “i ricchi” di “distruggere il pianeta, forse perché hanno un piano per andarsene in un altro”. In riferimento alla presunta bozza preparata dal governo danese, che assegnerebbe la gestione della crisi climatica ai paesi del cosiddetto primo mondo, Chavez ha detto: “Ho chiesto il testo, ma è top secret. Questo non è democratico né inclusivo”. "Questo documento", ha aggiunto il leader sudamericano, “viene dal nulla e nessuno accetterà un testo che non esca dai gruppi di lavoro, che sono gli unici testi legittimi negoziati in questi due anni”. 

Parafrasando Karl Marx, Chavez ha poi detto: “Un fantasma si aggira per Copenhagen e questo fantasma cammina in silenzio in questa sala: il capitalismo”. Il problema climatico, ha infatti sottolineato il numero uno di Caracas, non sarà risolto “senza un cambiamento del sistema”. “Se il clima fosse una banca – ha poi concluso Chavez – lo avrebbero già salvato”. 

Sulla stessa lunghezza d’onda, il riconfermato presidente boliviano, Evo Morales: “Se vogliamo risolvere il problema ambientale dobbiamo chiudere con il sistema capitalista”. Da Morales arriva anche una proposta a breve termine: l’istituzione di “un tribunale di giustizia climatica che giudichi i paesi” che producono troppe emissioni, evitando in tal modo che “l’Africa subisca un olocausto climatico”. 
 
Due begli schiaffi in faccia ai potenti del pianeta e alle daneistocrazie impossibilitate a cambiare percorso.

16 dicembre 2009

Cenni su Nicola Bombacci


Nicola Bombacci è una di quelle figure romantiche alla quale sono molto legato per l'audacia e la forza delle sue idee rivoluzionarie e socialiste. Nicolò Giani, Nicola Bombacci, e poi Beppe Niccolai sono dei punti cardine del mio pensiero. Affrontare in poche righe il loro percorso culturale, in un momento in cui soltanto pochi dedicano del tempo alla riscoperta di ribelli eccezionali, è impresa ardua. Qualcuno ci prova.

Giuseppe Parlato, ex rettore dell'Università San Pio V ed autore del libro "La sinistra fascista", è intervenuto pochi giorni fa a CasaPound portando il suo contributo ad una conferenza dedicata alla figura di Nicola Bombacci. Le parole del professore hanno messo impietosamente in evidenza quanto l'opinione pubblica e determinati settori culturali del paese siano in ritardo rispetto alle conquiste della storiografia sul tema del Fascismo. Quest'ultimo, ancora definito da più parti quale mera «guardia bianca della borghesia», è stato invece un fenomeno ricco di sfaccettature che attendono ancora di essere colte appieno nel loro insieme.

Nicola Bombacci si inserisce in questo contesto, risultando un personaggio tanto “fuori dagli schemi” quanto indicativo dei fermenti che hanno animato il nostro paese nella prima parte del secolo scorso.


Romagnolo e socialista come l'amico Mussolini, fu un acceso ed importante esponente dell'ala massimalista del partito. In occasione del primo conflitto mondiale la sua strada e quella del futuro Duce si divisero: Bombacci si schierò contro l'intervento, allineandosi per una volta alle scelte ufficiali dei capi del socialismo italiano, con cui spesso era in polemica.


Al termine della guerra divenne addirittura segretario del PSI, per poi fondare il Partito Comunista d'Italia
(insieme ad Antonio Gramsci ndr) nel 1921. Anche qui si distinse per le posizioni anticonformiste: prima appoggiò entusiasticamente l'occupazione dannunziana di Fiume, poi propugnò l'avvicinamento del Fascismo con l'Urss, nel nome dell'anticapitalismo che caratterizzava entrambe le rivoluzioni.

Era un personaggio scomodo sia per i fascisti avviati alla conquista del potere, ma anche per i suoi stessi compagni di partito, da cui fu espulso nel 1927. Togliatti, dall'alto della sua cieca ortodossia, addusse quale motivazione la colpa di non essere abbastanza marxista e di volere «tutto e subito». Secondo lui un vero comunista non avrebbe dovuto affidarsi all'«azione diretta» di marca soreliana, ma creare le condizioni per lo sviluppo ed il crollo del sistema capitalista. Curioso che Togliatti non si avvedesse del fatto che l'Urss, ove lui risiedeva ed il comunismo era al potere, fosse all'epoca della Rivoluzione d'Ottobre uno Stato post-feudale.


Comunque, sempre nel 1927, si aprirono per Bombacci nuovi spiragli politici in Italia. In quell'anno, infatti, Mussolini riconobbe ufficialmente l’Urss, primo fra i leaders europei. Questa scelta, dettata soprattutto da interessi economici, fu accolta con entusiasmo dal fondatore del Partito Comunista d’Italia, che cercò, tra molte difficoltà, di portare il suo contributo ideale all’interno del dibattito culturale italiano.


Interessanti a questo proposito le sue posizioni riguardo al corporativismo ed alla Guerra d’Etiopia. Egli riconobbe alla politica economica fascista una maggiore efficacia rispetto ai provvedimenti attuati in Urss, apprezzando i primi risultati raggiunti dal regime.


Ancor più sorprendente la sua lettura del conflitto coloniale italiano, che Bombacci descrisse come il naturale proseguimento sul piano geopolitico del conflitto tra «popoli giovani» e plutocrazie capitaliste.


Una tesi che portava alla mente le teorizzazioni del capo dei nazionalisti italiani Enrico Corradini, riassumibili nell’equazione: «proletari contro capitalisti = lotta di classe; popoli poveri contro popoli ricchi = nazionalismo», datata 1910.


Nel 1936 l’impegno di “Nicolino” (come era soprannominato dal Duce) fu finalmente riconosciuto grazie all’uscita della rivista La Verità (traduzione della Pravda sovietica), da lui diretta e punto di incontro di molti esponenti del vecchio mondo socialista. E’ in questo stesso periodo che Palmiro Togliatti pubblica il famoso «appello ai fratelli in camicia nera», in cui cerca un terreno d’incontro tra comunisti e fascisti sul programma di S. Sepolcro del 1919. Nel frattempo una personalità del calibro del filosofo Ugo Spirito, che vedeva di buon occhio un avvicinamento tra le due rivoluzioni, aveva dato il suo contributo elaborando la teoria della «corporazione proprietaria», auspicando il passaggio della proprietà dei mezzi di produzione alla corporazione, per la definitiva distruzione delle logiche del sistema capitalista. E poi come non menzionare il tentativo di Ivanoe Bonomi, membro storico del parlamentarismo prefascista, di fondare l’”Associazione socialista nazionale”, assieme agli ex deputati Bisogni, D’Aragona e Caldara, disposti a collaborare con il regime.


Una serie di fermenti quanto mai interessanti e degni di nota, anche se allo scoppio della Guerra di Spagna i rapporti tra Italia ed Urss tornarono più che mai tesi. Pochi anni dopo, nel momento del breve idillio Stalin - Hitler, fu proprio La Verità (che continuerà ad uscire pressochè ininterrottamente fino al 1943, nonostante l’avversione degli “intransigenti” Farinacci e Starace) ad esprimersi favorevolmente a questa convergenza, in un’Italia fascista comprensibilmente disorientata. « (…) Eppure giorno verrà, in cui il sovieto, permeandosi di spirito gerarchico e la corporazione di risoluta anima rivoluzionaria, si incontreranno sopra un terreno di redenzione sociale», scrisse Walter Mocchi nel numero del 13 ottobre 1940. Ma la guerra andò in una direzione totalmente differente, fino al disastro del 1943 e la rinascita del Fascismo con la R.S.I.

Bombacci, che non ebbe mai la tessera del PNF, si schierò da subito con la decisione che lo caratterizzava: «Duce, già scrissi in La Verità nel novembre scorso - avendo avuto una prima sensazione di ciò che massoneria, plutocrazia e monarchia stavano tramando contro di Voi - sono oggi più di ieri con Voi. Il lurido tradimento del re-Badoglio, che ha trascinato purtroppo nella rovina e nel disonore l’Italia, vi ha però liberato di tutti i componenti di una destra pluto-monarchica del '22 ...», affermò perentoriamente in una lettera a Mussolini.


L’analisi sopra contenuta non era sbagliata: liberati dalle «forze della reazione» (la “destra” interna opportunista e conservatrice), i fascisti stilarono i 18 punti di Verona e diedero inizio alla socializzazione, per lasciare ai posteri il loro messaggio di civiltà. Le realizzazioni furono comprensibilmente incomplete, per ovvi motivi di tempo e l’ostilità di taluni esponenti di governo e dei tedeschi.


Inutile dire che Bombacci si battè entusiasticamente a favore delle riforme, impegnandosi non solo nelle fabbriche ma anche nelle politiche della casa. A questo proposito si impegnò per la stesura e l’attuazione del rivoluzionario punto 15 del Manifesto di Verona: «Quello della casa non è soltanto un diritto di proprietà, è un diritto alla proprietà. I
I partito iscrive nel suo programma la creazione di un ente nazionale per la casa del popolo il quale, assorbendo l’istituto esistente e ampliandone al massimo l’azione, provveda a fornire in proprietà la sua casa alle famiglie dei lavoratori di ogni categoria, mediante diretta costruzione di nuove abitazioni o graduale riscatto delle esistenti. In proposito è da affermare il principio generale che l’affitto, una volta rimborsato il capitale e pagatone il giusto frutto, costituisce titolo di acquisto.Come primo compito, l’ente risolverà i problemi derivanti dalle distruzioni di guerra con requisizione e distribuzione di locali inutilizzati e con costruzioni provvisorie.»

Il “canto del cigno” di Bombacci avvenne nel marzo 1945, quando a Genova tenne un comizio a cui accorsero ben trentamila operai, nonostante la fine della Repubblica Sociale fosse ormai questione di giorni. Erano ancora in tantissimi a voler ascoltare le forti e rivoluzionarie parole di questo «combattente sociale», le cui scelte furono spesso controcorrente ma mai opportunistiche. Ad ulteriore riprova basti citare il fatto che morì accanto al Duce, gridando in faccia ai suoi assassini: «viva il socialismo!». E così proprio lui, quello del «me ne frego di Bombacci / e del sol dell’avvenire» cantato dai giovani fascisti, scelse di dare tutto al fianco di Mussolini, nel nome del riscatto sociale di una Nazione intera.


Nel dopoguerra non pochi esponenti (tra quelli rimasti, viste le vendette ed i massacri dei partigiani) di quella “sinistra fascista” che aveva avuto mirabili esempi nei sindacati e nei GUF, confluirono nel PCI, opportunisticamente alla ricerca di quadri competenti per il partito. Il MSI invece nacque tenuto ostaggio dalla “destra”, come ha più volte riportato nei suoi scritti Francesco Mancinelli. Ed infatti, in assenza di colui che aveva saputo tenere fecondamente in equilibrio le diverse tendenze durante il ventennio, i “continuatori” del Fascismo compirono troppo spesso scelte non in linea con il loro glorioso passato. Ma questa è un’altra storia…

fonte: AVGVSTO

15 dicembre 2009

La moneta debito


“E’ un bene che il popolo non comprenda il funzionamento del nostro sistema bancario e monetario, perchè se accadesse credo che scoppierebbe una rivoluzione prima di domani mattina” (Henry Ford).
Così il noto fondatore della Ford Motor Company, famoso altresì per aver inventato il metodo cosiddetto fordista di produzione industriale: la catena di montaggio. Comprendere i gangli bancari e finanziari è di assoluta importanza per chi osteggia il sistema liberal-capitalista. Sia per chi auspica una rivoluzione rossa o nera del terzo millennio, o per chi si propone con idee "decresciste" o antimoderniste. 


In un sistema socio-politico, come il nostro, che usa una moneta come mezzo di scambio per le merci, che misura la ricchezza con i soldi e col Prodotto Interno Lordo si intuisce quali siano le declinazioni delle libertà. Chi ha la proprietà del danaro possiede tutto. Per cui la violazione della sovranità monetaria sancisce la morte della democrazia rappresentativa europea. In Italia, si è partiti nel 1981 col ministro del Tesoro Andreatta (docente di Romano Prodi), Governo Forlani, sancendo la separazione fra il Tesoro e la Banca d’Italia, l’obiettivo finale di privatizzare la Banca d’Italia è stato raggiunto negli anni successivi. Se oggi possiamo ancora rivendicare l’usurpazione della proprietà della moneta è grazie alla nostra Costituzione che afferma: “la sovranità appartiene al popolo” (compresa quella monetaria ovviamente) e che “la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito” (art. 47 Cost.). Tali principi sono palesemente violati dall’articolo 105/A del trattato di Maastricth “la BCE ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote all’interno della Comunità” che di fatto usurpa i diritti dei popoli sovrani europei. Banca d’Italia e BCE sono di fatto società indipendenti e fuori dal controllo del popolo. E’ sufficiente leggere la natura ed il numero dei soci partecipanti dal sito di Bankitalia, e si percepisce che essa è stata privatizzata dove lo Stato è relegato con INPS ed INAIL a 42 voti contro 540 delle banche private SpA (2008). Ed è stata relegata ad un ruolo di secondo piano come si legge dall’articolo 1 del suo Statuto: “Quale banca centrale della Repubblica italiana, è parte integrante del Sistema europeo di banche centrali (SEBC). Svolge i compiti e le funzioni che in tale qualità le competono, nel rispetto dello statuto del SEBC“. Il “semplice” passaggio di mano da privato a pubblico è una palese violazione costituzionale (art. 1 e 47) e dovrebbe essere un reato per “appropriazione indebita” delle riserve auree di proprietà dello Stato.

Ricordiamo due precedenti giuridici: nel 2005 Con sentenza 2978/05 la Banca D’Italia veniva condannata a restituire ad un cittadino (l’attore) la somma di euro 87,00 a titolo di risarcimento del danno derivante dalla sottrazione del reddito da signoraggio. E nel 2006, il 21 luglio con la sentenza n. 16751 le SS.UU. civile della Cassazione accoglievano il ricorso di Banca d’Italia sostenendo che: “[…]lo Stato esplica le proprie funzioni sovrane, tra le quali sono indiscutibilmente comprese quelle di politica monetaria[…]“. I cittadini europei sono “liberi” nella misura in cui sono obbligati a spendere un danaro privato – moneta debito – creato dal nulla e prestato agli Stati per consumare le merci prodotte dalle corporations SpA amiche dei banchieri. Questo tipo di sistema è virtuale, poiché la moneta è presente solo nei computer, essa è creata dal nulla senza alcun equivalente contro valore in oro, cioè una merce tangibile e reale, e col sistema del prestito (moltiplicatore monetario, formula matematica) e della riserva frazionaria – riserva frazionaria all’8%, accordi Basilea II - essa diventa debito per i popoli. La creazione della moneta debito col moltiplicatore monetario consente alle banche private di prestare soldi anche se non esistono realmente indebitando anche gli Stati in cambio di Titoli di Stato, altra carta. Se uno Stato chiede 1 miliardo di euro alla BCE, la Banca d’Italia e cioè i suoi soci SpA possono inserire la quota parte, in cambio di Titoli di Stato, come riserva frazionaria (un quantitativo obbligatorio di soldi contanti da tenere in cassa, l’8%) e creare moneta debito dal nulla col sistema del moltiplicatore monetario. Per esempio, ad Intesa San Paolo SpA (a.d. Corrado Passera) spetterebbe il 30,3% del miliardo di euro e cioè 303 milioni di carta, moneta stampata ed Unicredit SpA (a.d. Alessandro S. Profumo) 157 milioni (quote e partecipazioni al 31 gennaio 2008). L’unico obiettivo di una SpA è massimizzare i profitti e quindi 303 milioni inseriti in cassa come riserva consente di creare inflazione monetaria ed indebitare lo Stato. Altro esempio, un signore A deposita 100 euro in banca, un signore B può chiedere in prestito 92 euro (riserva frazionaria all’8%, accordi Basilea II). Intanto alla banca risultano esserci 100 euro sul conto di A ed ora ha un credito di 82 da B. In questo modo le banche creano soldi dal nulla mentre i cittadini devono sudare col proprio lavoro. Con questo sistema si creano soldi necessari a corrompere qualunque politico, finanziare le guerre, e sostenere le corporations SpA amiche. Comprendiamo che se queste sono le premesse non esiste alcuna democrazia rappresentativa dato che i partiti sono i migliori camerieri dei banchieri.


Una moneta di proprietà del popolo, cioè del portatore e dello Stato, non emette debito e la relativa rendita da signoraggio viene rimessa nei conti dello Stato quindi non c’è usura, cioè non può esserci interesse.

La moneta è solo un pezzo di carta, è un mezzo, non è vera ricchezza.

L’attuale sistema è degenerato poiché essendo intrinsecamente inflazionistico il debito è inestinguibile e per tanto tutti sono spinti ad usare moneta ed accumularla poiché prigionieri di un vero e proprio inganno. C’è da aggiungere che la moneta viene creata dal nulla questo vuol dire che oltre all’inganno c’è una beffa infatti le banche emettono mutui con interesse senza rischiare nulla, senza un equo scambio. Un cittadino lavora e crea valore, le banche sono semplici tipografie ed emettono “valore”. In realtà è tutta illusione.

Il valore di una moneta lo determina chi la accetta. Lo Stato deve emettere moneta in maniera proporzionale alle merci ed ai beni prodotti e, lo può fare domani mattina. Ma queste vorrebbe significare dare valore alla vera ricchezza: persone, lavoro, idee, terreni, alimenti, merci prodotte e non la finanza delle borse. Applicando l’etica alla politica si tornerebbe al significato proprio dei termini: economia.

Per Aristotele l’economia è la sfera che ha come oggetto la… casa (forse lo sai che in greco “oikos” significa “casa”), la famiglia, in altre parole il privato. Aristotele, quindi, usa il termine “economia” non nel suo significato corrente oggi, ma nella sua accezione etimologica: la sfera che ha come oggetto la casa, la famiglia, in definitiva quello che possiamo chiamare il privato.
In questo contesto si capisce che lo Stato attraverso l’uso di uno strumento di misura: moneta consente ai cittadini di scambiarsi beni, merci e servizi immateriali. Si comprende che l’alta finanza serve a poco alla società umana.

14 dicembre 2009

L'aggressione a Berlusconi e il bluff dell'opposizione


Mesi e mesi di attacchi personali, calunnie e maldicenze, accuse paranoiche e spesso infondate, manifestazioni di odio, dileggio quotidiano, non potevano che trasferirsi dal discorso pubblico ormai avvelenato alle vie di fatto.

Quello che è accaduto a Piazza Duomo a Milano è il punto di arrivo di un fenomeno unico per una democrazia. Odiare Berlusconi, volerlo fuori gioco, fuori dal Parlamento, è diventato cool, di moda, socialmente accettabile, anzi commendevole.


Se le élite del paese – gli imprenditori, gli artisti, gli intellettuali, i giornalisti – si sentono in dovere di dipingere il presidente del Consiglio come il male assoluto, la fonte di ogni nefandezza, non ci si può sorprendere se un cittadino qualsiasi prende in mano un modellino del Duomo e lo schianta sul viso dell’odiato "dittatore".

Se un uomo di successo, ultrachic, modello di creatività e di intraprendenza come il patron di Prada, Patrizio Bertelli va in un pubblico dibattito e con le vene del collo gonfie urla che vuole Berlusconi fuori dal Parlamento; se una cantante amata e ammirata, impegnata nella vita pubblica, capace di calamitare l’ammirazione dei giovani come Fiorella Mannoia – un’icona della sinistra – si mette a fare l’apologia di Fini piuttosto di subire la vergogna di essere governata da Berlusconi; se un giornale si è votato da mesi alla distruzione del presidente del Consiglio con l’unica indecisione se farlo come come pedofilo come stragista e mafioso; se un ex magistrato, parlamentare della Repubblica, leader di partito ritiene che Berlusconi si sia meritato l’attacco in piazza Duomo se, se , se…

Se questo è il tenore della vita civile in Italia, come stupirsi che un signore qualsiasi, magari mite, magari rispettoso delle leggi, uno che non farebbe male a una mosca, si vede Berlusconi davanti e si sente chiamato dalla suprema missione di assalirlo. Magari convinto di ricevere il plauso del mondo interno, come il giornalista iracheno diventato famoso e rispettato per aver tirato una scarpa al criminale George W. Bush.


Dalla politica berlusconiana sono stato equidistante: vicino alle scelte energetiche e a molte azioni di politica internazionale, che hanno mostrato sprazzi di autonomia dal giogo statunitense, ma anche assai critico per ciò che invece è scaturito dalla politica interna e dalle opzioni filo-liberiste intraprese in molte scelte di governo. Purtroppo in Italia esiste un opposizione che non è più in grado di far comprendere ai suoi elettori la differenza che passa tra una critica politica che innesca delle proposte costruttive, alternative ed edificanti per l'economia e la società, e l'odio per un uomo solo. L'antiberlusconismo è l'anima permeante di molte figure che oggi calcano la scena parlamentare e non dello scacchiere centro-sinistro. Mi domando cosa ne sarà di questa gente quando Berlusconi non ci sarà più.

Ma se alcune forze dell'opposizione hanno anche dimostrato di far più gli interessi della grande finanza e delle economie globaliste tinteggiare da stelle e strisce, che senso ha tenerle in vita? Come in Iran bisognerebbe procedere con la messa al bando dell'opposizione rea di avere «violato la legge, organizzato rivolte e incoraggiato la gente all'odio. Tutto questo ha dato coraggio ai nemici della Nazione ai quali questa opposizione si è venduta». Queste le parole della guida spirituale
ayatollah Ali Khamenei che ben potrebbero calzare all'attuale situazione italiana. Quando la nostrana opposizione sarà in grado di affrontare i temi più caldi con il piglio sincero di chi vuole la verità risulterà più credibile. Il Giornale, di proprietà di Silvio Berlusconi, ha pubblicato un redazionale (qui il link) contro il signoraggio bancario. L'Unità o il Fatto Quotidiano ne avrebbero il coraggio?

11 dicembre 2009

Il denaro “sterco del demonio”? No, lo è chi ne fa l’unica ragione di vita


Non bisogna farsi coinvolgere dalle "sparate del giorno" dei politici. Usiamole però come occasioni per riflettere a fondo sulle varie questioni che ci toccano da vicino, al di là delle strumentalizzazioni di turno.

Quel che esce ogni giorno da tv e giornali pappagalli di un regime liberal-democratico ormai decotto offre anche troppi spunti per scrivere nuovi articoli in cui è facile rilevare le assurdità alle quali, purtroppo, senza tema di smentita perché “governo” e “opposizione” pari sono, gli italiani vengono sottoposti a dosi che ricordano il classico lavaggio del cervello.

Le fesserie pronunciate da esponenti del cosiddetto “governo” e della cosiddetta “opposizione” sono incalcolabili per riuscire a tenerne il ritmo, e troppo grosse per pensare che chi le profferisce vi creda per davvero. Talvolta si è presi dal dubbio che tutta questa ridda di “dichiarazioni”, di “sparate” e di “repliche” eguali e contrarie servano solamente a gettare una cortina fumogena sulla reale attività di questi “personaggi pubblici”. Altrimenti dovremmo pensare che i politici passano il tempo solo a parlare coi giornalisti, a consultarsi coi loro addetti stampa per sapere cosa possono tirare fuori dal cilindro e a leggere giornali per sapere come gli altri loro omologhi hanno commentato le loro “sparate del giorno”. Noi, in fondo, li vediamo solo nella “pagina politica” del tg, nel rituale giro di “polemiche politiche”, ma cosa fanno tutto il giorno (appalti, favori a se stessi e alle loro clientele ed altri ‘servizi al cittadino’) a noi non è dato saperlo.

Insomma, un’attività frenetica di chiacchiere inconcludenti, tipo quelle sul “ritiro dall’Afghanistan”: lo stesso giorno in cui il ‘Grande Gabo’ dice “ritiro entro il 2012”, un ministro della Repubblica delle Banane risponde “sì” alla richiesta della Nato d’inviare altre migliaia di uomini. Le due cose, razionalmente, non stanno assieme, ma tant’è.

Tutto e il contrario di tutto, su ogni argomento, col cittadino a casa che inevitabilmente resta disorientato, ubriacato in mezzo a questa cacofonia di voci.

Ma alcune di queste sparate ci riguardano più da vicino, altre meno. Cioè, diciamo che ci riguardano tutte, perché l’azione dei politici e di tutti quelli che hanno un potere è dettata dalla regola non scritta di fregarci dalla mattina alla sera (loro chiedono a noi il voto, ma gli interessi di cui si curano mica sono i nostri), però alcune ci riguardano direttamente, altre indirettamente.

Negli ultimi giorni, una di queste uscite esilaranti ha attirato la mia attenzione.

Si tratta di quella sugli emolumenti dei conduttori Rai da segnalare nei titoli di coda delle trasmissioni. Lasciando perdere il discorso sulla progressiva cannibalizzazione della tv di Stato (le tv private, in un sistema davvero libero, non dovrebbero esistere, poiché ovunque, alla faccia delle filastrocche sulla “diversificazione dell’offerta informativa”, si assiste all’instaurazione di monopoli mediatici), in merito a quest’ultima sparata di un ministro c’è da osservare quanto segue.

Che Tizio o Caio guadagnino fior di quattrini in poche serate è uno scandalo sia che ciò avvenga in una tv pubblica che in una tv privata. La favola per cui quelle del primo tipo si mantengono col canone mentre le seconde con la pubblicità non sta davvero in piedi: lo dimostra la diffusione delle “tv private a pagamento”, che prima si rendono ‘indispensabili’ (creazione di nuovi ‘bisogni’), poi fanno spendere di più di quel che uno spendeva col vecchio canone Rai. È successo così con tutto il resto: quando c’era la Sip si spendeva, in proporzione, molto meno in telefonate di quanto si spende oggi (c’è anche, è vero, la voglia indotta di chiacchierare “senza limiti”), mentre ci sembra di godere di sempre più strabilianti “offerte” e “promozioni”.

Ma torniamo ai compensi da inserire nei titoli di coda.

Che uno, fosse anche un Re Mida reincarnato, guadagni in una serata decine o centinaia di migliaia di euro è uno scandalo sia che ciò avvenga in tv che altrove. È uno scandalo e basta.
Simili individui famelici, ingordi, insaziabili sono nocivi per la comunità in cui vivono. Se a loro va tanto, alla massa inevitabilmente va poco. Hai voglia a credere alle leggende liberiste per cui “si creano sempre nuove occasioni di ricchezza”: no, la ricchezza è limitata, e se pochi si pappano tutta la torta, agli altri non restano che le briciole e ciucciarsi il dito.

Ma quelli che si pappano tutta la torta sono gli stessi che predicano “lacrime e sangue”, che ci fanno il catechismo sui “sacrifici”, che lodano le virtù dei “conti in pareggio”, che si ergono a sacerdoti delle “regole dell’economia”. A sentirli parlare e a credere a quel che dicono si penserebbe di essere al cospetto di persone davvero coscienziose che si prendono il fardello di gestire a regola d’arte tutta la baracca che se lasciata in mano al popolo (a quelli che si devono accontentare delle briciole) andrebbe inevitabilmente a scatafascio.

Troviamo così, in tutti gli spettacolini per deficienti che la tv propone (i peggiori sono quelli che s’ammantano di “serietà”), pescecani con entrate da cinque zeri che pontificano, che la sanno lunga, che si preoccupano e talvolta piangono lacrime di coccodrillo per i “disoccupati”, i “precari”, i “cassintegrati”. Ma che filantropi che sono! Dedicano il loro tempo a preoccuparsi per chi sta peggio di loro, spremendosi le meningi per trovare una soluzione e, se non c’è (ma c’è, ovviamente), fornire sempre nuove parole di conforto: “siamo sulla stessa barca”!

Dunque, il problema non sono affatto i conduttori televisivi con contratti da favola, ma tutti questi ricconi che hanno sistematicamente rubato. È la regola: se uno è ricco sfondato, ha per forza rubato in qualche modo, anche se tutto ha la parvenza di “legalità”: di sicuro avrà sfruttato il lavoro di altre persone, raggirate col mito del “benefattore che ha dato lavoro”, come se il fine ultimo della vita fosse quello di tenerci occupati dieci ore al giorno (le otto canoniche più l’avanti e indietro di media) per ricevere quanto basta (se basta) a sopravvivere. Che poi chi si strafoga nei soldi li spenda per serate a base di sesso droga e rock’n’roll o si dedichi all’acquisto di rarissimi incunaboli medievali per arricchire la sua biblioteca da 100.000 volumi, che vada a cena in ristoranti in cui ti tolgono anche il cappotto o si faccia bello staccando assegni in “beneficenza” (tanto per farci sentire delle merdacce: lui regala d’un botto 10.000 euro e te, stronzo, neghi l’euro al marocchino che te lo chiede al supermercato?), tutto questo non ha nessuna importanza. Lo scandalo resta che lui ha troppo, decisamente troppo, e tu devi arrabattarti dalla mattina alla sera, in mezzo a “leggi” che lui, coi suoi simili, ha stabilito.

Certamente, se questo scandalo massimo va avanti da quando s’è imposta la liberaldemocrazia, ciò lo si deve anche alla dabbenaggine degli sfruttati, che anziché farsi allettare dagli specchietti del produttivismo e del consumismo avrebbero potuto realizzare che nella vita la cosa più preziosa che si ha è il ‘proprio tempo’ (uso gli apici perché il tempo non è effettivamente nostro). Esiste tutta una ‘mistica del lavoro’ che santifica chi “lavora sodo”, suda, ha “la testa a posto” eccetera, ma parliamoci chiaro: è solo una spudorata menzogna per far andare avanti un meccanismo colossale di sfruttamento della maggioranza da parte di un’infima minoranza. Che per raggirare la prima ha creato i media, per controllarne persino le priorità esistenziali e dirigerne perciò la vita.

Ma in quest’articolo non intendo prendermela con gli ingenui, con chi per abitudine, o magari per ‘necessità’ (uso di nuovo gli apici perché alla fine un alibi per adagiarsi si trova sempre) s’è arreso allo sfruttamento, a rendersi un ingranaggio di un enorme falansterio dominato dai “padroni del discorso”, dai “fabbricanti di opinioni”. I ricconi sfondati che parlano ed operano anche, e soprattutto (!), “per noi”, per “il nostro bene”.

Allora, per riprendere il punto da cui eravamo partiti, direi che mettere gli stipendi dei conduttori della Rai nei titoli di coda delle trasmissioni è a mio avviso decisamente poco. Propongo, piuttosto, una misura più radicale. Perché non imporre l’indicazione degli stipendi di tutti coloro che compaiono in televisione e scrivono sui grandi giornali? Sono quelli che sentenziano su tutti gli aspetti della vita di noialtri, maggioranza, che non avremo mai la possibilità di dire la nostra in tv e nelle testate cosiddette “autorevoli”. Almeno pretendiamo di conoscere, sovraimpresso sullo schermo se appare alla tv, e in nota se scrive o viene interpellato su un giornale, l’importo delle entrate annuali di ogni economista che afferma essere necessario “tirare la cinghia”; di ogni “garante” che ci racconta come ci sta tutelando; di ogni magistrato o avvocato che ci spiega come quotidianamente lotta per applicare il celebre motto “la legge è uguale per tutti”; di ogni direttore di testata o giornalista particolarmente infervorato nel difendere determinate cause e non altre (già, chissà!); di ogni psicologo alla moda che conosce “profondamente” i “mali della nostra epoca”; di ogni “luminare della medicina” che c’illumina con la luce dell’aureola che gli è venuta in capo a furia di “salvare vite umane”; di ogni belloccia zinne e culo che sa tutto di come è “difficile essere madri” in una società che ha massacrato il ruolo della donna; di ogni tuttologo che spara sentenze a raffica; dei vari personaggi dello spettacolo, comprese mignotte e trans, che oltre ad occuparsi di cose effimere come dovrebbero si atteggiano a “maestri di vita”. Insomma, fuori le entrate annuali di ciascuno che sui media parla “in nome del popolo” e dice di sapere tutto su come viviamo noi comuni mortali.

Sai che ridere se si facesse in questo modo. Arriva il tale che dice “dobbiamo comprimere i salari”, mentre sotto appare “200.000 euro l’anno”; l’altro che afferma “sono assolutamente necessarie le riforme” (nella neolingua rovesciata, “riforme” significa sempre “tragedia per noi”), e passa la scritta “400.000 euro l’anno”; salta fuori quello che sputa secco “basta con due lavori” e ai “prepensionamenti” e assieme agli 800.000 euro annui il pubblico a casa può sapere che ha di fronte un “pensionato d’oro” che accumula, oltre a quelli di “senatore a vita”, “direttore”, “presidente onorario”, “consulente” ecc., altri lauti compensi mai in contraddizione con gli altri…

Come invece si sentirà dire uno sfigatissimo dottorando da 1.000 euro al mese, che oltre a dover leccare le chiappe ad un professore ignorante e presuntuoso non deve assolutamente percepire redditi da ISEE superiori a 7.000 euro annui, pena la decadenza dalla borsa di studio; come deve ingoiare l’aspirante destinatario di un contribuito una tantum per la disoccupazione, che per un ISEE (sempre lui! ma i vari ricconi che sentenziano in tv e sui giornali l’avranno mai fatto un ISEE?) superiore a 13.000 euro nell’anno precedente non ha diritto ad un bel niente anche se è senza lavoro; come quello che ha un contratto a tempo determinato e chiede un contributo per l’affitto ma si sente dire che no, non ne ha diritto perché “non è residente” (sai com’è, nella scuola ti sballottano da una regione all’altra), però è… italiano, mentre ne ha diritto l’immigrato che, appena arrivato, prende la residenza; come quei “docenti a contratto” dell’università che tenuti a stecchetto con poche migliaia di euro (lordi!) l’anno (ma gli studenti non lo sanno e credono di avere di fronte dei veri “professori”), una volta che vanno a riempire i fogli per la disoccupazione scoprono di non averne diritto perché l’università (la cui serietà, malgrado gli stemmi con cherubini e motti in latino è pari a zero) non può fornire alcuna documentazione compartibile coi parametri fissati per aver diritto alla mascherina dell’ossigeno del contributo di disoccupazione; come quei poveracci che hanno ricevuto la “social card” (soldi non ne danno più: solo carte prepagate – quando lo sono! – da utilizzare nella grande distribuzione di proprietà, ovviamente, degli stessi ricconi sfondati che commissionano le stesse leggi inique che valgono solo per la maggioranza, cioè noi).

Questa modesta proposta, quella di far comparire sempre le entrate di chi parla “in nome del popolo”, di tutti quelli che hanno un ruolo pubblico e fanno “opinione”, potrà sembrare una provocazione, un’assurdità, ma non lo è. Innanzitutto perché se davvero nei titoli di coda delle trasmissioni dovessero passare i compensi dei conduttori, significherebbe che siamo già nell’assurdo, però un assurdo ad uso e consumo di determinati interessi politico-economici (lo scopo, evidentemente, è nuocere a quei conduttori contrari ad una certa parte politica, e comunque anche a questa sparata non farà seguito nulla). Allora, assurdo per assurdo, tanto vale un provvedimento utile per la collettività, che almeno potrà finalmente rendersi conto di come ad ogni discorso fatto in tv e sui giornali che contano non corrisponda mai alcuna sincera intenzione; di come vi sia un totale scollamento tra chi ha il privilegio di parlare sui media e chi questi media deve sorbirseli e basta (si faccia caso al fatto che non esiste una trasmissione nazionale in cui è possibile intervenire da casa); di come all’apparenza dei “fabbricanti di opinioni”, che preparano il terreno alle “leggi”, alle guerre, a tutto quello che ci interessa da vicino, corrisponda solo la realtà del conto in banca.

C’è chi dice che la ricchezza non sia un male in sé, perché dipende da come i soldi vengono usati. Ed è vero, senonché chi predica questa cosa si è sempre esentato dal chiedersi come sono state accumulate fortune da Paperon de’ Paperoni.

Ma il problema non è nemmeno questo. Mano a mano che questa umanità è discesa verso la dissoluzione finale, da una “epoca dell’oro” (dove per “oro” non s’intendeva la grana) verso “l’età oscura” nella quale siamo immersi ed il cui volto grottesco si mostra a chi sa vedere, il possesso di ricchezze è diventato l’unico valore in base al quale si costituiscono delle gerarchie, le quali, si capisce, sono delle parodie della vera gerarchia, che è solo spirituale. Nell’epoca in cui i valori della materia hanno soppiantato quelli dello spirito, il ricco sfondato (che tra l’altro non era neppure concepibile in epoche informate secondo altri valori) s’è messo a fare l’abusivo, occupando un livello gerarchico che non gli spetta. Per far questo, l’opera satanica (e qui il discorso si fa serio) ha puntato a svalutare tutto quel che sapeva di guerriero e sacrale e che forniva il modello alla maggioranza (“onore” e “fedeltà” sono oggi considerati valori obsoleti, non “alla moda”), così il regno di Mammona ha avuto campo libero. Siccome però i ricconi sfondati sono per forza di cose una minoranza (le ricchezze sono limitate), la base della piramide, ovvero noialtri, è stata indotta ad assumere i valori della casta bulimica, che anche quando ammanta la propria esistenza di “spiritualità” altro non si gingilla se non con patacche spiritualiste che si accomodano benissimo col loro famelico bisogno di beni materiali, il tutto configurandosi come l’orizzonte esistenziale di chi s’è venduto l’anima al Diavolo. La massa, anche se non riesce ad arricchirsi come la casta dei miliardari vorrebbe farlo (vedasi il proliferare delle scommesse “legali” o le fortune elettorali di personaggi ricchissimi), ed in questo sta il pericolo, spirituale, s’intende, anche per chi non s’è arricchito. Certamente v’è una differenza tra chi sfrutta e chi è sfruttato (chiamiamo le cose col loro nome: altro che “atipici” e “interinali”!), tuttavia, per neutralizzare effettivamente l’opera asociale e nociva dei pescecani sempre più intenti ad accumulare denaro e beni materiali serve ritrarsi dal loro campo d’azione privilegiato, riappropriandosi per prima cosa del tempo. Infatti, il primo bene che gli sfruttatori succhiano agli sfruttai è il ‘loro’ tempo.

Certo, si tratta di “darsi una regolata”, di vivere più sobriamente. In base a parametri che non sono quelli né degli “sfruttatori” né degli “sfruttati”, perché qui è in questione l’uscire da un’arena nella quale la partita è falsata in partenza. Da piccolo ti fanno credere che “tutti sono uguali”, poi però scopri che pochi corrono con la Ferrari e molti con la Topolino, ma la linea del traguardo è uguale per tutti. Addirittura, quelli con la Ferrari ti lanciano i chiodi e macchie d’olio sulla strada, ma da regolamento pare che ciò sia ammesso se il proprietario della Topolino (che comunque può indossare un cappellino della Ferrari) non svolge almeno 40 ore di addestramento settimanali a costruire delle Ferrari. Coi soldi che guadagna, poi, potrà comprarsi una Topolino, ma se per disavventura, per strada, dovesse danneggiare una Ferrari il regolamento prevede l’esclusione dalle gare per numero variabile di anni, fino all’esclusione totale. Ai proprietari delle Topolino, infine, è fatto assoluto divieto di costituire una federazione autonoma, mentre sono obbligati a festeggiare le puntuali vittorie di quelli che hanno le Ferrari.

Quando mai l’uomo capirà che quella dell’“uguaglianza”, per non parlare della “libertà”, è la più grande favola politico-sociale mai messa in circolazione? Che a voler perseguire questi “ideali” su un piano politico-sociale non si realizzerà mai alcuna “fraternità” ma che, invece, il vivere insieme sarà sempre più simile alla proverbiale “giungla”? “Libertà, uguaglianza, fraternità”, non per niente sono le parole d’ordine del sommovimento rivoluzionario che ha definitivamente inaugurato l’epoca del potere della casta dei pescecani. Chi le ha elaborate - non è un mistero - sapeva dove voleva andare a parare. E siccome tutto, alla fine, nel disordine, è una parodia dell’Ordine, vale la pena di osservare che l’unica “uguaglianza” che mai abbia avuto senso è quella di fronte a Dio, al Principio Supremo: qui non si bara con le Ferrari e le Topolino. La vera “libertà” è solo quella interiore, che solo può essere raggiunta attraverso un cammino spirituale, ma oggi le sue contraffazioni – politiche, sociali ecc. - sono talmente numerose che risulta impossibile enumerarle tutte: si pensi solo a cosa è diventata la “liberazione” da chi vi vede solo una parola d’ordine politico-sociale. La fraternità, perciò, anziché stabilirsi tra individui lasciati all’imperio della “legge del più forte” (del più ricco), con buona pace di tutti i pedagoghi e dei riformatori sociali che sperano sempre di mettere una pezza ad una società a brandelli con le loro prediche e le “iniziative umanitarie”, una reale fraternità, dicevo, potrà solo stabilirsi tra coloro che hanno saputo prima distinguere, poi realizzare, la “eguaglianza” e la “libertà” nei rispettivi superiori significati prima menzionati.

Per costoro, anche il denaro finisce di apparire come “lo sterco del demonio”. Sono i pescecani, gli sfruttatori, gli schiavi della brama di beni materiali e di dominio sugli altri, ad assomigliare molto di più allo sterco. E lo sterco, quand’è secco, brucia molto bene…

10 dicembre 2009

Sempre più giù

Lo scorso fine settimana è stato contraddistinto da nuovi fallimenti bancari in USA. Durante il fine settimana la FED ha chiuso altre 6 banche americane, inclusa la AmTrust Bank, con 66 filiali nel Paese e 12 miliardi di dollari di assets in Cleveland, Ohio. Il fallimento della AmTrustBank è il quarto più grande fallimento bancario americano nel 2009. Ciò porta a 130 il totale delle banche americane fallite durante il 2009, secondo anno peggiore dopo il 1992 quando fallirono 179 Banche. Va tuttavia notato che nel 1992 la FED non intraprese alcuna nazionalizzazione o salvataggio di banche, formale o sostanziale, pertanto i due dati non sono propriamente confrontabili.

La FED stima che il fallimemento della AmTrust Bank peserà sulle finanze pubbliche non meno di 2 miliardi di dollari. Vale la pena ricordare che il peso dei fallimento bancari che la FED si trova a gestire durante il 2009 è arrivato a 350 miliardi di dollari (che non includono i cosiddetti “salvataggi” delle banche eccellenti come Bear Stearns, Goldman, Merryl Linch etc), il che diventa un problema reale dato che le riserve che la FED aveva accumulato per la gestione dei fallimento bancari sono appena
di 8.2 miliardi di dollari.


Mentre Obama si sollazza in quel di Oslo per il ritiro dell'ignobile Nobel per la pace a lui attribuito per non meglio identificati meriti, l'economia iper-liberista a stelle e strisce non sembra arrestare il suo processo di tracollo cominciato alla fine dello scorso anno. Abbiamo ancora da imparare da questa gente?