IL RIBELLE DELLO SPAZIO

Sono nato in un luogo e in un tempo non mio

14 luglio 2009

Lavorare tutti, lavorare di più


di Antonio Gentilucci

L'accordo che i ministri degli affari sociali dell'Unione Europea, qualche settimana fa, hanno “faticosamente” raggiunto, contribuirà a fornire maggiore flessibilità al mercato del lavoro. L’orario settimanale è confermato nelle attuali 48 ore massime. Però si può arrivare a 60, se c’è l’accordo tra datore di lavoro e dipendente. Ci sono solo due ragioni per cui si può credere che ci sarà veramente un accordo, e non piuttosto un ricatto sotto minaccia di licenziamento: perché si è ingenui come bambini, o perché si è ipocriti e subdoli come serpi. A ognuno la scelta.

L’obiettivo apparente di queste legislazioni “libertarie” è semplice: combattere ad armi pari con la Cina ed evitare l’invasione dei loro prodotti.

In effetti la motivazione di lungo periodo ha sempre a che fare con l’Impero grigio (una volta era celeste, ma con l’inquinamento che hanno oggi...). E’ tuttavia più complessa, più ambiziosa se vogliamo, ma è in realtà segno di grande cecità e di mancanza di visione.

Da una parte, la crisi ha mostrato che non si può drogare più di tanto un mercato pressando con inaudita violenza pubblicitaria il consumatore a darci dentro con acquisti a rate e indebitamento da carta di credito. Prima o poi il sistema salta, come è successo. Dall’altra parte, la Cina è il primo Paese che sta uscendo dalla crisi, ed è ormai chiaro che il modello vincente è il suo (un modello vecchio come il cucco: pagare poco e far lavorare tanto, per tenere i prezzi più bassi). Il mercato interno cinese entro pochi anni sarà più importante di quello europeo e forse anche americano, che sono realtà quantomai consunte. Lo stesso fatto di aumentare il lavoro e non i salari è l’indizio più chiaro che non si crede più che da noi si possa tornare a crescere significativamente. Come tubi digerenti, siamo ormai obsoleti, consunti: bisogna fare troppa fatica per trovare e piazzare nuovi prodotti inutili. Il consumo non cresce.

Alle nostre aziende devono essere allora date le armi per poter competere non tanto con la Cina ma proprio in Cina, ossia conquistare ampie fette di questa nuova frontiera del capitalismo. Non difendere il nostro mercato, ma attaccare il loro. E per far questo, tutti devono adeguarsi agli standard sociali (quali?) cinesi.

La sostanza della questione, la morale se vogliamo, è che i mercati sono essi stessi usa e getta, sono come vacche da mungere, terreni da spremere e sfruttare, finché non diventano aridi. Questo sistema industriale capitalista, nato e cresciuto nel ‘700 in Inghilterra, non può essere stabile, regge solo se c’è una crescita continua, incessante, è in equilibrio solo quando è in accelerazione. Qualsiasi persona che abbia studiato un minimo di economia può confermarlo.

Per tornare ai pessimi effetti sociali della rincorsa alla Cina, possiamo illuderci che forse pian piano la legislazione sociale cinese diverrà più simile al welfare di stampo europeo. Forse, ma quando questo avverrà, sarà perché anche la Cina sarà ormai matura, avrà esaurito il suo ruolo “nutritivo” del vorace Sistema. E allora bisognerà conquistare il Sud America forse, o sarà la volta dell’India, e più tardi dell’Africa. Sempre ammesso che Madre Natura continui ad accettare di essere sempre più spremuta delle sue risorse, e non si rivolti piuttosto verso i suoi presuntuosi umani figli.

Gli europei (che sono quelli che hanno fatto il danno), stanno per ora seguendo passivamente la corrente, e questo decreto ne è una prova. Forse spetterebbe invece alla vecchia Europa, soprattutto nella sua componente mediterranea, dove 3.000 anni di storia hanno impedito all’isteria produttiva e consumistica di debordare, cominciare ad elaborare delle politiche, delle forme per sostituire questo sistema, e crearne uno più stabile. Lavorare meno per guadagnare meno e cominciare ad abituarsi a spendere di meno, riscoprendo l’essenza delle cose. Questa non è la morte del benessere. E’ questa, al contrario, la vera qualità della vita, e sempre più persone, nella società, stanno comprendendolo, uscendo dall’ipnotico cresci-lavora-consuma-crepa.

fonte: Movimento Zero

10 luglio 2009

Una super banca mondiale?


Il vero pericolo di questo G8 è che si arrivi alla costituzione di un governo bancario mondiale attraverso un organismo monetario e finanziario di controllo del pianeta. Ne è convinto Eugenio Benetazzo, ex-bocconiano e ora primo ed unico predicatore finanziario in Italia (come lui stesso si definisce nel suo sito), che spiega i rischi di un super-organismo in balia delle lobby. La crisi? E’ solo un primo assaggio di quello che arriverà nel 2012 a livello macroeconomico, energetico e alimentare, spiega il broker indipendente, tra i pochissimi ad aver preannunciato in un saggio del 2006 la tempesta finanziaria. Secondo Benetazzo la colpa è tutta del Wto che “sta creando uno spostamento di ricchezza da Occidente ad Oriente, mettendo in seria difficoltà l'attività occupazionale dei Paesi occidentali con le delocalizzazioni”. Come uscirne? Col protezionismo e restituendo ai singoli Stati la sovranità monetaria.

E' iniziato il G8. I grandi della Terra cercano di mettere a punto nuove regole per la finanza mondiale, ma le divisioni al loro interno sono ancora molte. Che cosa succederà?
"La preoccupazione principale non è la regulation finanziaria: non è qui che sta il marcio. Il rischio è che ci sia una volontà occulta di arrivare silenziosamente ad un governo bancario mondiale attraverso un organismo monetario e finanziario di controllo del pianeta. Questo sì che potrebbe essere un grande problema. E a questo proposito non è casuale che la stessa Cina oltre due mesi fa abbia detto che non è più possibile far reggere gli equilibri del sistema finanziario sul dollaro Usa, chiedendo di fatto una nuova moneta internazionale".

Quindi lei vede come un pericolo l'istituzione di un super-organismo internazionale di controllo.
"Sì. E' una vera e propria minaccia".

Perché?
"Perché metterebbe tutte le economie dei singolo Paesi nelle mani della due diligence, del controllo, della vigilanza e delle politiche monetarie di un unico interlocutore. E basta vedere come già adesso Fed, Bce, Boe e Boj, pur mantenendo una loro cosiddetta indipendenza, abbiano dimostrato politiche monetarie fallimentari. Prenda l'Europa, che è governata da più di 10 anni dalla Banca Centrale Europea: tutti i Paesi che stanno abbracciando la politica Ue sono pesantemente in difficoltà. E uno di questi Paesi è il nostro che non può più contare su strumenti monetari propri come l'emissione di debito pubblico, l'aumento o la diminuzione dei tassi di interesse... "

Quindi lei teme la fusione delle principali banche centrali in un solo organo con super-poteri?
"Si presume che si tratti di una sorta di fusione. Con la coneseguente perdita o rinuncia di sovranità monetaria degli Stati a favore di un organismo esterno che si occuperà di armonizzare i flussi finanziari, la regulation di 4 aree economiche strategiche..."

Quello che di fatto c'è già in Europa con la Bce...
"Esatto. Il problema è che si passerebbe ad una nuova Banca mondiale, ancora più lontana, dove delle lobby occulte avranno ancora più potere..."

Quali lobby?
"Meglio non parlarne".

Se però i Paesi del G8 non sembrano riuscire ad accordarsi sulle nuove regole da dare ai mercati, non è più difficile che riescano di comune accordo a fondare una banca centrale comune?
"Non è necessario che si mettano tutti d'accordo. Anzi: già il fatto che siano tutti in disaccordo, pone le condizioni per creare un soggetto super-partes. Ma ripeto: il marcio non è nelle regulation...".

E dov'è?
"Nel Wto. Che sta creando uno spostamento di ricchezza da Occidente ad Oriente, mettendo in seria difficoltà l'attività occupazionale dei Paesi occidentali con le delocalizzazioni. I mutui Usa, per esempio, non sono stati pagati proprio a causa della delocalizzazione: i subprime esistono da più di 30 anni ma sono venute meno le condizioni da parte dei soggetti interessati di poter pagare i propri impegni debitori a causa della perdita di milioni di posti di lavoro".

E il Wto che cosa c'entra?
"Spingendo per l'internazionalizzazione degli scambi mercantili e poi anche per l'abbattimento dei dazi doganali per favorire grandi corporation alimentari e industriali, ha portato a questo tipo di trasformazione societaria".

Nel suo libro-dvd in uscita L'economia allo sbando (Macroedizioni) lei parla di 3 crisi in arrivo: macroeconomica, alimentare e energetica.
"C'è una convergenza di fattori a livello macroeconomico, energetico, alimentare che poteranno ad esplodere una grande crisi planetaria dopo il 2012. La crisi che stiamo attraversando è solo una prima sfaccettatura: abbiamo avuto la manifestazione finanziaria, ora ci aspetta quella sociale".

E come si fa a contrastare questa crisi?
"Le strade ci sono. E non è certo internazionalizzandosi che si risolvono i problemi. Bisogna interrompere lo strapotere del Wto. Quindi: iniziare ad embargare l'Europa nei confronti di tutti i prodotti che iniziano a proliferare e invadere i mercati europei, consentendo la protezione dell'artigianato e dell'industria europea con manodopera autoctona. Si tratta semplicemente di difendere i livelli occupazionali: gli stessi che adesso l'Inghilterra rimpiange, a distanza di 20 dalle scelte della Thatcher e del suo processo di de-industrializzazione".

Tornare all'industria, questa la ricetta?
"Poi bisognerebbe ripristinare la sovranità monetaria all'interno del nostro Paese e avere una Banca Centrale che emette moneta per conto proprio".

Quindi dire addio alla Bce e alla Ue?
"Sì. Anche se potremmo mantenere una moneta per le spese infrastrutturali e, localmente, divise locali. Ricordiamoci: l'euro è un marco travestito, serve solo alla Germania che esporta fuori dall'Ue. Per l'Italia, per esempio, si sta prospettando il cosiddetto scenario argentino: moneta troppo forte e economia troppo debole".

fonte: affaritaliani.it

09 luglio 2009

I nuovi paradisi non conoscono il Pil


di Alessandra Retico

Felicità interna lorda. Un indicatore che smonta il mito occidentale del reddito, sostituendolo con soddisfazione personale, speranza di vita, politiche ambientali. Il Costa Rica vince, è il paese con il Fil più alto. Ci si vive bene, a lungo, in armonia con la natura. Mentre i leader riuniti in Italia per il G8 si preoccupano di Pil e deflazione, la seconda edizione dell’”Happy planet index”, che indica il tasso di benessere sostenibile, premia standard alternativi: impronta ecologica del sistema produttivo, lunghezza e pienezza dell’esistenza.

La ricchezza non può comprare la felicità. Alibi o buon senso? “In questa età di incertezza, di crisi grave, le persone temono il futuro” scrive The New Economics Foundation (Nef), l’organizzazione non governativa britannica che ha redatto la classifica delle nazioni più felici. Con un obiettivo: far capire che le priorità della gente sono ora diventate altre. Merce e soldi, petrolio e titoli non hanno reso il mondo un posto migliore, figuriamoci noi. Anzi, molte potenze economiche (Usa, Cina, India) erano più felici venti anni fa, ecosistemi e risorse erano meno sfruttati. Guarda il Costa Rica, che ha scalzato il paradiso dell’arcipelago Vanuatu, Oceano Pacifico meridionale, dal primo posto dell’indice 2006: più dell’85 per cento degli abitanti si dichiara felice di vivere nel paese latino americano, “la speranza di vita è di 78,5 anni, il paese non è lontano dall’aver trovato l’equilibrio tra i suoi consumi e le sue risorse naturali, il 99 per cento dell’energia che produce deriva da fonti rinnovabili”, segnala Nic Marks, uno degli autori dello studio. Ma l’America latina è tutta allegra, monopolizza ben nove dei primi dieci posti.

Consumare e consumare non porta da nessuna parte. Non a caso a guidare la classifica sono paesi a reddito medio, i ricchi e sviluppati stanno invece a metà. Nella lista, stilata sulla percezione degli abitanti di 143 paesi, la maggior parte delle nazioni “verdi” e contente si concentra in America Latina, la prima tra le europee è l’Olanda (43esima), l’Italia è 69esima (slittata dal 66esimo posto del 2006), prima di Francia, Uk e Spagna ma dopo la Germania. In coda la maggior parte dei Paesi africani, ultimo lo Zimbabwe. “Con il mondo che si trova ad affrontare la tripla sfida presentata da una profonda crisi economica, da cambiamenti climatici sempre più veloci e da un incombente picco della produzione di petrolio, abbiamo disperatamente bisogno di nuove direzioni e linee guida” scrive nel rapporto Nic Marks. “Seguire il canto della sirena della crescita economica ha dato benefici marginali ai poveri del mondo, mettendo a rischio le basi per la loro sopravvivenza. Questa strategia non ha nemmeno migliorato il benessere di chi è già ricco, né ha portato a una stabilità economica”.

Lo vediamo eccome, nonostante nei Paesi ricchi il grado di soddisfazione e speranza di vita sia aumentato del 15 per cento in 45 anni (ma l’impronta ecologica è schizzata del 72 per cento). Il Fil non fa troppi calcoli, più che altro sente (feel), e sente che è tempo di cambiare.

Fonte: Repubblica.it

08 luglio 2009

Il G8, gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo e la cooperazione internazionale


Interessante scritto di Matteo Pistilli laureato in Scienze politiche collaboratore della rivista di studi geopolitici Eurasia.

Il G8 che si tiene in questi primi giorni di luglio nell’Abruzzo post-terremoto, dà la possibilità di notare le campagne di sensibilizzazione nei confronti dei “grandi” riuniti e, più realisticamente, delle popolazioni spettatrici, riguardanti questioni di respiro mondiale e di fare qualche riflessione.

In questo G8 “italiano” la tematica principale toccata dai mass media riguarda gli aiuti ai Paesi poveri; ovviamente, come al solito, bisogna considerare la questione senza cadere nella futile propaganda, che, per esempio, attraverso le parole di un cantante “globale” come Bob Geldof, accusa il governo Berlusconi di non stanziare abbastanza fondi per gli aiuti alla cooperazione; in realtà, le cose non sono così semplici.

Tanto per cominciare, lo stanziamento dei fondi per la cooperazione è stato costante, in Italia come altrove, a prescindere da quale governo sia stato alle redini del Paese: governi di centro-destra, centro-sinistra, cosiddetti governi “tecnici”, nulla hanno fatto segnalare riguardo cambiamenti di rotta nella cooperazione. Quindi prendere la questione dal lato propagandistico comporta soltanto lo sviare l’attenzione dal fatto che l’approccio alla cooperazione è stato comune in tutto il mondo industrializzato; anzi, per la verità, nel 1997, i flussi dell’assistenza allo sviluppo hanno raggiunto il minimo storico e soltanto 5 Paesi hanno rispettato in questi ultimi dieci anni l’impegno di destinare lo 0,7 % del reddito nazionale lordo agli aiuti: la cosa interessante è che tutti questi Paesi sono europei ed è infatti unanimemente riconosciuto che è proprio l’Unione Europea ad essersi più di ogni altro impegnata in questo settore. Chi oggi critica i governi prendendo spunto dalle parole di Obama o del governo inglese, dovrebbe tener presente che questi ultimi, interessati come sono a mantenere la supremazia economica e politica sia verso il “Terzo mondo” sia verso la stessa Europa, alla quale fanno fare scelte economiche e politiche che la tengono a freno, si sono sempre ben guardati dal fare qualcosa di concreto (anche a livello ambientale, vedi il protocollo di Kyoto non firmato dagli Usa appunto per non perdere la supremazia economica).

Ma la questione centrale non è quella che riguarda la quantità dell’importo degli aiuti (che come abbiamo notato è di gran lunga migliore in Europa), bensì della sua qualità; dopo decenni di “aiuti” allo sviluppo sempre maggiori, le disparità fra primo e “Terzo mondo” si sono costantemente incrementate. Questo significa che non basta e non è assolutamente attinente agli obiettivi il maggiore o minore stanziamento economico, ma l’importante è il tipo di logica e di prassi che è dietro lo stanziamento.

In questo senso è importante rendersi conto che le succitate campagne di sensibilizzazione, altro non fanno che riproporre gli schemi della cooperazione fallimentare sin qui effettuata, cosa confermata dalle parole dei soliti paladini della cooperazione Bono Vox e Bob Geldof che ora elogiano Obama (Usa), Brown (Inghilterra) e la filo-americana Merkel (Germania); senza nemmeno voler commentare il significato di una campagna di questa importanza affidata a cantanti che impersonano con la loro figura la più vera e brutale globalizzazione culturale, è comunque evidente che questioni così presentate, solleticanti il senso di carità e null’altro, a niente servono se non a permettere i soliti aiuti “vincolati”, cioè aiuti dati in cambio della sottomissione alla propria causa.

Una cooperazione efficace - ormai lo si riconosce da più parti - deve abbandonare questi classici schemi post-coloniali e post-imperialisti e deve essere ripensata in modo che davvero possa dare dei risultati. Bisogna puntare su una cooperazione per così dire “regionale”, che non passi attraverso gli imperativi globalizzanti controllati dalla potenze globali anglo-americane, e che quindi non risponda alle logiche di un “villaggio globale” pensato ad immagine e somiglianza del mondo “occidentalizzato”. Soltanto in questo modo gli Stati potrebbero mantenere la propria sovranità (senza doverla sacrificare sull’altare degli aiuti) e, cooperando con altri Paesi con cui condividono interessi geopolitici e geoeconomici, riuscire a migliorare le condizioni di vita dei propri cittadini.

Purtroppo dobbiamo segnalare che le grandi istituzioni mondiali mal vedono organizzazioni del genere: pensiamo all’ALBA sud americana, che vuol migliorare le condizioni dell’America Indiolatina senza doversi piegare ai diktat nordamericani; o pensiamo alle critiche ricevute dall’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (che riunisce Cina, Russia, Repubbliche centroasiatiche e dialoga, per esempio, con l’Iran), in quanto considerata antagonista alla coalizione protetta dalla NATO. Soprattutto dopo la fine della Guerra fredda, e quindi nel lasso di tempo in cui vi era stata l’illusione del “governo mondiale” targato Usa, unica superpotenza rimasta, vi è stato il rilancio invece di una cooperazione allo sviluppo indirizzata al raggiungimento degli interessi del polo egemone; ed in questo senso va ripensato o comunque ridefinito il concetto di “sviluppo”, che oggi nasconde la salvaguardia dello status quo internazionale; Paesi come per esempio l’Iran - per citare una zona calda - che negli ultimi anni ha migliorato considerevolmente la vita a milioni di suoi cittadini, riguardo salute, aspettative di vita, malattie, opportunità per le donne e bambini, non solo non viene citato ad esempio, ma viene minacciato di guerra e viene sottoposto a sanzioni. Ciò a testimonianza di come sia fallace il concetto di “sviluppo” e di come sia legato all’appartenenza alla coalizione capeggiata dagli Usa.

Ma oltre l’approfondimento e il chiarimento del concetto di sviluppo, che bisognerà comunque affrontare decisamente, una lampante dimostrazione di come campagne di sensibilizzazione legate ai grandi mass media globali e decisioni delle istituzioni “multilaterali” ancora oggi sotto tutela americana siano legate e non si distinguono nel significato, può essere visto nelle contestazioni, nazionali e internazionali, che hanno investito il governo italiano, al momento degli accordi conclusi con la Libia di Gheddafi.

La questione è davvero incredibile: Gheddafi è il Presidente dell’Unione Africana (UA) che raccoglie praticamente tutti i Paesi del continente (tranne il Marocco) ed ha come obiettivi, per semplificare, tutti quei principi che possono migliorare la vita dei cittadini africani e che sono gli stessi che troviamo alla base del concetto di cooperazione. Allora come mai, un accordo fatto direttamente con uno dei più alti rappresentanti degli africani viene contestato, e poi invece si richiedono aiuti e sforzi maggiori? Ovviamente è ormai chiaro che, accordi di tipo regionale, come quello che lega l’Italia e la Libia, grandi Stati del Mediterraneo, mettendo neanche in secondo piano, ma facendo in un certo qual modo concorrenza ai grandi canali globali della cooperazione “mondialista”, non sono visti di buon grado dal polo anglosassone. Ed invece è proprio attraverso quelle modalità, come attraverso una cooperazione sud-sud, che sarà possibile fare qualcosa di concreto per le grandi masse che oggi vivono in estrema povertà; e questo sarà tanto più possibile quanto più non comporterà intromissioni nella sovranità e nella cultura di queste vaste aree del pianeta. La situazione geopolitica mondiale, oggi fluida come mai, indirizzata verso un futuro multipolarismo grazie alla crescita di alcuni grandi Paesi in via di sviluppo, e al ritorno sulla scena di grandi potenze, toglieranno l’egemonia al polo statunitense, rendendo possibile un nuovo approccio alla cooperazione internazionale.

fonte: Eurasia

07 luglio 2009

La storia delle cose

Riproponiamo "La storia delle cose" un breve filmato ambientalista e di economia reale realizzato dall'ex attivista di Greenpeace Annie Leonard.



06 luglio 2009

L’invenzione dell’Islam “moderato”


di Stefano Di Ludovico

Anche Obama, nel tanto celebrato discorso al Cairo di qualche settimana fa, ne aveva riparlato: dialogo sì, ma solo con l’Islam “moderato”. Stesso discorso ancora più recentemente per le elezioni in Iran. E’ il ritornello che da anni, da quando l’Occidente si è trovato di fronte ad una realtà che, con suo sommo stupore, si è dimostrata refrattaria ai suoi valori e al suo modello di sviluppo, sentiamo ripeterci. Ma cosa sarebbe mai questo Islam “moderato”? Chi sarebbero mai questi musulmani “moderati”, i soli verso i quali sarebbero possibili il dialogo, l’integrazione, l’accoglienza?

A dare un’occhiata alla storia dell’Islam, si trovano, come è normale riguardo alle religioni che possono vantare una storia più che millenaria, correnti, scuole e tradizioni le più varie e disparate (sunniti, sciiti, ismailiti, wahhabiti e via di questo passo), ma di questi “moderati” pare proprio non ci sia traccia. Ma allora da dove sbucano fuori? Alla fine, da null’altro che dall’arrogante pretesa di noi occidentali a che tutti si adeguino, con le buone o le cattive, ai nostri valori ed alla nostra visione del mondo, pena l’impossibilità del dialogo e la conseguente messa al bando, con buona pace di quella tolleranza di cui pure la nostra civiltà tanto si fa vanto. Il musulmano “moderato” sarebbe quindi quel musulmano che, in ultima analisi, si “modera” nel rigoroso rispetto dei precetti della sua fede per abbracciare i valori e i modi di vita occidentali; insomma, il musulmano che rinuncia alla sua più profonda identità per far propria la nostra. Ecco l’islamico “moderato”.

Ma si poteva inventare un’espressione più ipocrita e farisaica di questa? Uno o è musulmano, o non lo è: che significa, infatti, esserlo ma… con “moderazione”? E perché mai un simile appellativo non si è soliti usarlo anche per i cristiani? O per i buddisti? Abbiamo mai sentito parlare di cristiani “moderati”, di buddisti “moderati”? No. E sicuramente un cristiano o un buddista autentici si sentirebbero a ragione presi in giro ad essere appellati in questo modo. Perché mai uno dovrebbe “moderarsi” in ciò che costituisce la sua ragion d’essere fondamentale? La verità è che, come accennato, i musulmani sono i più restii ad accettare supinamente il processo di occidentalizzazione in atto a livello planetario, e allora per loro non si è trovato di meglio che coniare questa ridicola espressione. Ma a questo punto anche nei paesi islamici potrebbero usare lo stesso epiteto per qualificare quei cristiani che, temendo di incorrere negli strali dei musulmani, venissero meno al rispetto dei precetti dello loro fede e facessero propri i costumi islamici in uso in quei paesi; tali cristiani dovrebbero essere chiamati dai musulmani “cristiani moderati”; mentre per noi evidentemente, avendo essi abbracciato costumi espressione ai nostri occhi di tutto fuorché di “moderatismo”, altro non sarebbero che dei novelli estremisti, nonché rinnegati e apostati! E allora perché mai i musulmani che sono da noi non dovrebbero anche loro sentirsi tali e ritenersi offesi da simili appellativi?

L’ipocrisia e la dabbenaggine dell’Occidente raggiungono poi il culmine in rapporto alla politica estera: qui abbiamo i paesi islamici “moderati” (o arabi “moderati”, se il campo è ristretto ai soli paesi di lingua araba) e quelli che… non lo sono e non si sa bene come definire (stati “fondamentalisti”? “Estremisti”? “Canaglia”?). Ad esempio l’Egitto sarebbe uno stato arabo “moderato”; la Siria no. L’Arabia Saudita, dove le donne manco possono guidare la macchina, è un paese islamico “moderato”, l’Iran, dove le donne vanno all’università e siedono in Parlamento, no. Anche qui, che mai vorrà dire “paese moderato”? Semplice: siccome in politica estera valgono solo le relazioni esterne e di ciò che accade all’interno di un determinato paese non ce ne importa nulla, l’Egitto e l’Arabia che ci rispettano e riveriscono sarebbero “moderati”, quelli che si permettono di fare di testa loro e vogliono andare avanti per la loro strada, no. I primi possono far marcire gli oppositori nelle carceri e relegare le donne in casa (che “moderatismo”…), negli altri bisogna esportare la democrazia perché finalmente si “moderino” un po’. Con lo stesso metro si giudicano le competizioni elettorali che si svolgono in tali paesi: nelle appena trascorse elezioni presidenziali iraniane, Moussavi, perché voleva un avvicinamento all’Occidente, era il candidato “moderato”, Ahmadinejad che voleva proseguire nella sua politica indipendente, il candidato “estremista”. Cosa volessero in merito a tante altre faccende non contava nulla in rapporto allo standard occidentale di “moderazione”. Ma che accadrebbe se, ipotizziamo, il governo tedesco e quello austriaco si mettessero a fare l’uno una politica amica nei nostri confronti, l’altro una politica ostile, e il governo italiano se ne uscisse appellando la Germania quale “paese tedesco moderato” e l’Austria “paese tedesco fondamentalista”? Non saremmo coperti di ridicolo? Quando mai nelle relazioni internazionali si è usato un simile vocabolario?

Alla fine, a noi pare evidente che se oggi c’è qualcuno che si deve “moderare”, contenere, darsi insomma una regolata, questi è proprio l’Occidente, nella sua smania di voler imporre il suo modello di civiltà all’intero globo fagocitando e omologando tutto ciò che gli si presenta come diverso e osa opporgli resistenza. Ci vuole proprio una bella faccia tosta – la nostra – a pretendere dagli altri “moderazione” quando non ne siamo capaci noi; a cercare negli altri i “moderati” che noi occidentali non siamo mai stati.

fonte: Movimento Zero

03 luglio 2009

Tutto fa pensare che siano autentici i titoli americani sequestrati a Chiasso


Sono passate quattro settimane circa dalla confisca di titoli americani a due giapponesi che viaggiavano su un treno per pendolari diretto a Chiasso, in Svizzera, e mentre su alcuni punti, molto pochi, si è fatta un po’ di chiarezza, su tutto il resto continua il silenzio delle autorità italiane.

Per di più la strana coincidenza temporale dell’arresto del direttore di una radio via internet che aveva delle rivelazioni sulla vicenda aumenta le già forti stranezze del caso. Una nuova rivalutazione del fatto che tra i titoli sequestrati vi fossero dei “ Kennedy Bond “ fa propendere per l’autenticità di quanto sequestrato dalla Guardia di Finanza (GdF) all’inizio di giugno.

I maggiori quotidiani anglosassoni avevano ignorato la vicenda per un paio di settimane. Ne hanno iniziato a dare notizia dopo il lancio dell’agenzia Bloomberg del 18/6: un portavoce del Tesoro, Meyerhardt, aveva dichiarato che i titoli, sulla base dalle foto disponibili via internet, sono “chiaramente falsi”. Lo stesso giorno il Financial Times (FT) pubblicava un articolo il cui titolo attribuiva alla mafia italiana la responsabilità della (presunta) contraffazione, senza che nel testo stesso dell’articolo vi fosse alcuna possibile connessione alla vicenda di Chiasso. Nonostante ciò, la versione del FT è stata ripresa anche da altri perché “appropriata” (secondo un ben comune cliché sull’Italia e trattandosi di un sequestro avvenuto in Italia) ed in fondo “colorita”. Peccato solo che andasse a scapito della logica: che la mafia cercasse di passare inosservata cercando di piazzare titoli falsi per 134,5 miliardi di dollari e per di più si facesse “pizzicare” ad un passo da casa è non molto credibile.

La scorsa settimana, il 25/6, da ultimo anche il New York Times ha dato notizia della vicenda riportando le affermazioni di un portavoce della CIA, Darrin Blackford: i servizi segreti statunitensi avevano svolto delle verifiche, come richiesto dalla magistratura italiana, ed avevano appurato che si trattava di strumenti finanziari fittizi, mai emessi dal “governo USA”. Non è chiaro però come siano state svolte le verifiche di cui parla Blackford e se anch’esse siano state eseguite via internet. Dalle fonti ufficiali italiane non risulta, infatti, che la commissione di esperti americani, attesa in Italia, vi sia ancora giunta. Inoltre i titoli erano accompagnati da una documentazione bancaria recente ed in originale. Non è chiaro perciò come possano le autorità americane definire falsa anche tale documentazione non originata dalla Fed o dal Ministero del tesoro statunitense.

Ad affermare viceversa l’autenticità dei titoli, il 20/6 spuntava la Turner Radio Network (TRN), una stazione radio indipendente diffusa via internet. Con una clamorosa rivelazione la TRN in tale data affermava che i due giapponesi fermati a Ponte Chiasso dalla Guardia di Finanza (GdF) e poi rilasciati erano dipendenti del Ministero del tesoro giapponese. Anche ad AsiaNews erano giunte segnalazioni simili: uno dei due giapponesi fermati a Chiasso e poi rilasciati sarebbe Tuneo Yamauchi, cognato di Toshiro Muto, fino a poco fa vice governatore della Banca del Giappone. Sul suo sito l’ideatore e conduttore della radio, Hal Turner, aveva anche asserito che le sue fonti gli avevano rivelato che le autorità italiane riterrebbero autentici titoli e che i due giapponesi sarebbero funzionari del ministero delle Finanze giapponese. Avrebbero dovuto portare i titoli in Svizzera perché il governo nipponico avrebbe perso la fiducia nella capacità statunitense di ripagare il debito pubblico. Le autorità finanziarie giapponesi avrebbero perciò cercato, prima di un’imminente catastrofe finanziaria, di vendere una quota dei titoli in proprio possesso attraverso canali paralleli, grazie all’anonimità che, a dire di Turner, sarebbe garantita dalle leggi svizzere.

AsiaNews non sa che credibilità attribuire alle rivelazioni di Turner, visto che anche in questa ipotesi è difficile supporre che $134,5 miliardi passino inosservati ovunque nel mondo. Sembrerebbe più logico supporre che i titoli, se autentici, fossero diretti alla Banca dei regolamenti internazionali di Basilea, BRI, la banca centrale delle banche centrali in vista dell’emissione di titoli in una nuova valuta sovranazionale. Turner aveva ad ogni buon conto soggiunto che come prova delle sue rivelazioni avrebbe fornito i numeri di serie dei titoli sequestrati. Prima che potesse farlo è stato però incarcerato.
Hal Turner è colui che tempo fa per primo aveva dato notizia di un piano segreto per sostituire il dollaro, dopo una grave crisi finanziaria, con una moneta comune nordamericana, l’Amero. In una drammatica telefonata dall’interno del penitenziario in cui è rinchiuso in attesa del processo, diffusa via internet, Hal Turner afferma chiaramente che il suo arresto è di natura politica ed è in relazione ai titoli sequestrati a Chiasso, perché le autorità sarebbero terrorizzate dalle sue rivelazioni sull’autenticità dei titoli. Le accuse rivoltegli niente hanno a che vedere, è ovvio, con la vicenda e così, ad un quadro già molto intricato, si aggiunge perciò ulteriore complessità. Turner afferma di non essere stato lui personalmente ad aver formulato le minacce per le quali è stato incarcerato. Sebbene fosse evidentemente sua responsabilità vigilare, è anche vero che i blog di tutto il mondo e degli USA stessi sono pieni di minacce e provocazioni. La coincidenza temporale, l’insolita solerzia ed i particolari del suo arresto procurano quindi non pochi sospetti sulle reali motivazioni della polizia federale americana. Anzi, proprio questo arresto induce a pensare che i titoli confiscati dalla GdF siano davvero autentici.

Un ulteriore elemento a favore dell’autenticità dei titoli è dato da quelli che la GdF nel comunicato del 4 giugno aveva definito “ Bond Kennedy “ e di cui aveva fornito delle foto. Da esse è evidente che non si tratti di obbligazioni – cioè Bond - ma di Biglietti di Stato, Treasury Notes, perché si tratta di titoli immediatamente spendibili per un controvalore in merci o servizi e perché sono privi di cedola per gli interessi. Sul verso è riprodotta l’immagine del presidente americano e sul retro una navicella spaziale. Da fonti confidenziali, solitamente ben informate, AsiaNews aveva avuto notizia che tale tipo di cartamoneta era stata emessa meno di dieci anni fa (nel 1998), anche se non si poteva sapere se quelli sequestrati a Chiasso erano biglietti autentici. Il fatto però che l’emissione di tale Biglietto di Stato non fosse assolutamente di dominio pubblico tende a far escludere le ipotesi di contraffazione. È poco ragionevole supporre che un falsario riproduca un biglietto non comunemente in circolazione e di cui non vi sia pubblica conoscenza. Per tale ragione si può pertanto ritenere che anche i 124,5 miliardi di dollari suddivisi in 249 titoli da 500 milioni ciascuno siano autentici. Questi ultimi titoli, pur essendo denominati “Federal Reserve Notes” in realtà sono obbligazioni – bond – perché maturano interessi e sono redimibili a scadenza. In merito ad essi, rimane però un quesito insoluto. Non si capisce infatti per quale ragione, i titoli, da subito apparsi alla GdF indistinguibili dagli originali, abbiano tutte le cedole. Qualsiasi normale investitore, anche uno Stato, avrebbe incassato annualmente le cedole degli interessi, per non perdere potere d’acquisto.

fonte: Asia News